Chiunque nel mondo sa cos’è un pomodoro. Non tutti sanno, però, che ci sono pomodori e pomodori e, tra questi, i San Marzano, con la loro forma oblunga e appuntita, carnosi, dalla buccia sottile e facilmente pelabile, rossi, di un rosso acceso, e dal sapore agrodolce, sono il pezzo da novanta che vorremmo condividere con la totalità degli amanti del buon cibo, ma che, per la scarsa produzione, restano frutti per poche fortunate bocche.

Ecco che a volte alcuni mettono su una bella maschera, come uno di quegli impacchi pseudo-miracolosi da applicare la sera, et voilà l’inganno è tratto. Ma non per tutti.

Se siete tra quelli più svegli, come lo è stato qualche mese fa l’illustratore Nicholas Blechman, che, dopo il “suicidio dell’extravergine”, ha firmato per il New York Times il “mistero del San Marzano”, allora occhi puntati sulle etichette.

Perché il vero pomodoro raccolto nella valle del Sarno, l’unico capace di esprimere tutta la sua innegabile freschezza anche quando, confezionato in contenitori di vetro e in scatole di banda stagnata, finisce sugli scaffali dei supermercati, e il solo con il marchio DOP, esibisce sui suoi fianchi, oltre al logo nei colori della nostra bandiera, gli stessi della famosissima margherita, la pizza su cui questo esclusivo ingrediente dà il meglio di sé, il numero di certificazione, l’acronimo europeo e il sigillo del Consorzio.

Con lo stesso Consorzio che nel tutelare il prodotto si tutela, avvertendo gli internauti con una striscetta rossa su cui si legge a chiare lettere “sito ufficiale”, quello dell’autenticità del pomodoro San Marzano è uno di quei temi che scottano e farebbero bruciare le mani di chiunque sfiderebbe il fuoco sulla creduta originalità di ciò che il barattolo messo nel carrello contiene.

Senza sfidarlo, al contrario, e con il ferro – ma si fa per dire, ovviamente – ci si sta battendo per interrompere il commercio di bacche che di quelle che si producono nei 41 comuni delle province di Avellino, Napoli e Salerno recano solamente il nome.

E la storia ci insegna che, mentre oggi i turisti infilano in valigia calamite, portachiavi e penne, nel 1770, un insolito souvenir fu dato in regalo dal Regno del Perù. Introdotto nei confini di Napoli, il primo seme di San Marzano trovò poi nei fazzoletti di terra dell’Agro Sarnese-Nocerino, vuoi per la composizione vulcanica del suolo, vuoi per le caratteristiche delle acque di irrigazione, l’ambiente perfetto per crescere e diventare la preziosa risorsa che molti ci invidiano.

Eppure, come la vita spesso ci insegna, anche il San Marzano ha avuto alti e bassi. Dalla profonda crisi degli anni Ottanta al rilancio della coltivazione, più o meno una decade dopo, grazie alla ricercatrice Patrizia Spigno, all’ex presidente del Consorzio, Edoardo Ruggiero e al produttore Sabatino Abagnale, tra i promotori del Presidio Slow Food, e ora è nuovamente sotto attacco.

Come reagire a una simile situazione e alla minaccia, recentemente svelata, di importazione cinese? Niente paura, teniamoci “concentrati” sulla qualità e sulla salvaguardia della denominazione protetta, aspettando di vedere, anche quest’anno, confezioni numerate e certificate da Agroqualità.