Manca poco al primo maggio, giorno in cui a Milano avrà inizio la più grande esposizione mondiale sul cibo. Il tema è, infatti, “Nutrire il pianeta: energia per la vita”.

L’Expo 2015 rappresenta non soltanto per l’Italia e per gli italiani, addetti ai lavori e non, una svolta epocale. Come paese ospitante e detentore di tradizioni culinarie secolari, di antiche tecniche di lavorazione e di manualità, pieno di infinite biodiversità e bellezze naturali, abbiamo il dovere di raccontare la nostra storia in modo esemplare.

Prendo in prestito alcune frasi del discorso di John F. Kennedy di accettazione della candidatura a Presidente degli Stati Uniti d’America, tenuto il 15 luglio del 1960, che considero emblematiche.

Dinnanzi a 80 mila persone, Kennedy disse: “Ci troviamo alle soglie di un nuova frontiera. Una frontiera che non assicura promesse ma soltanto sfide, ricca di sconosciute occasioni ma anche di pericoli, di incompiute speranze e di minacce”.

Occasioni, ma anche sfide e pericoli: sono queste le parole su cui riflettere perché la più importante kermesse sull’alimentazione offrirà, indubbiamente, grosse opportunità ma potrà anche rivelare molteplici minacce se non ci prepariamo adeguatamente a rivoluzionare il nostro modo di concepire, nel doppio senso di produrre e di intendere, ciò che mangiamo. Che sia un ristoratore o una massaia, un giornalista o uno studente, un panettiere o un politico, tutti dobbiamo guardare alla “nuova frontiera”.

In particolare, noi artigiani della pizza dobbiamo presentarci all’EXPO abbandonando il vecchio modo di pensare e di fare, legato alla figura del pizzaiolo chiuso in bottega e mero esecutore delle comande, senza avere alcuna cognizione accademica, saper distinguere la qualità dei prodotti che guarniscono il disco di pasta, aver idea di come manipolarli e combinarli correttamente, men che meno dell’apporto calorico di ciò che si consuma nel corso di una serata in pizzeria.

La pizza napoletana avrà gli occhi di 144 Paesi puntati addosso. Sarebbe, allora, necessario proseguire il cammino e sviluppare quello che è già stato intrapreso da una nuova generazione di pizzaiuoli napoletani che, con un bagaglio centenario alle spalle, si sono aperti all’approfondimento scientifico di tutto ciò che alla pietanza partenopea è legato. Solo in questo modo potremo anche tenere la pizza al riparo da interpretazioni errate e da cattive imitazioni, quelle minacce di cui il trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti parlava, da parte di chi, da tutto il mondo, accorrerà a Milano.

Purtroppo, mi rendo conto che le istituzioni a tutt’oggi latitano: il Comune di Napoli, la Regione, la Provincia non hanno programmato ancora nulla in vista dell’iniziativa internazionale. Solo lo scorso 29 dicembre. la Giunta comunale ha approvato la sottoscrizione del contratto fra la città e il Padiglione Italia, società che governa gli spazi riservati a regioni e città metropolitane. Tuttavia, si tratta di un contenitore vuoto, privo di idee originali e vere strategie per la valorizzazione del nostro territorio.

Credo fortemente nell’assoluto bisogno di agire, fin da subito, in sinergia e di promuovere una stretta cooperazione tra i protagonisti dell’evento perché in gioco ci sono il futuro dell’economia italiana e dei giovani che si muovono tra turismo e ospitalità, agricoltura e beni ambientali, sicurezza, trasporti, patrimonio e attività culturali. Ognuno di noi dovrebbe prendere il proprio filo e unirsi agli altri per tessere una rete con maglie strette che tenga saldamente insieme tutti i tasselli del grande mosaico gastronomico, di cui noi italiani siamo gli eredi.