Correva l’anno 1982 quando gli italiani, anche loro, si imbatterono per la prima volta in hamburgers e patatine fritte. Si chiamava Burghy il fast food bianco, rosso e verde che aprì i battenti in quel di Milano, per ritrovarlo, in breve tempo, in tutto il centro-nord.

Da quell’iniziale manciata di punti di ristoro nella capitale meneghina e dintorni, il cibo veloce si è insediato, in tre decadi e poco più, con i suoi strati di maionese e ketchup spalmati su foglie di lattuga e rondelle di pomodoro, gli unti conetti di fries, i secchielli di pollo impanato e le freddissime bibite gassate, in ogni angolo del Bel Paese, costringendo il nostro patrimonio culinario e le sue salde tradizioni a fare a cazzotti, a più riprese, con un modo di mangiare molto distante da quello più propriamente italiano.

Ricordo anche l’apertura a Roma in Piazza di Spagna del McDonald’s. Ma il fast food non è solo una paninoteca, è, piuttosto, un maniera diversa di alimentarsi senza identità.

Circondato da un alone di ovvietà, quasi come se la sua presenza fosse inesorabilmente scontata, ce lo ritroviamo dappertutto: in un centro commerciale, in una stazione ferroviaria, in aeroporto, nei cosiddetti non luoghi, spazi non identitari, non relazionali, non storici. Luoghi in cui, disposti in fila indiana ci confondiamo con gli altri e, muovendoci nel più completo anonimato, ci perdiamo dietro il vassoio di plastica su cui poggia la nostra ordinazione cotta rigorosamente in pochissimi secondi (e da consumare alla stessa velocità) e il pugno di euro per aggiudicarcelo.

Malgrado la qualità di ciò che – surgelato, precotto, inscatolato o sottovuoto- le grandi catene propongono, i fast food richiamano eserciti di persone di tutte le età e, complici precise strategie di marketing, specialmente i bambini, loro bersaglio principe, cui vanno menu ad hoc, che oltre al pasto “felice” propongono una sorpresa, e spazi attrezzati. E così, non si lasceranno mai più.

Ma c’è pure chi, d’altro canto, da qualche anno a questa parte, ne ha preso le distanze, opponendo alle bevande e ai panini svelti la cucina di casa, nei suoi vari e multiformi profili, e il piacere ad essa legato.

Come un film guardato in slow motion, il movimento lanciato da Carlo Petrini sfidava la cieca richiesta di produttività ed efficienza della civiltà industriale a rallentare il passo in nome di ricette e sapori regionali, risorse e abitudini locali, produzioni e conoscenze artigianali, ambiente e sostenibilità.

Perso progressivamente il suo carattere elitario, Slow Food, ormai ramificatosi in tutto il globo, invita, con voce sempre più alta, ripetendo “buono, pulito e giusto” come fosse un ritornello, a chiedersi e riconoscere da dove proviene il cibo che mangiamo, chi lo produce, in quale periodo dell’anno, se rispetta i ritmi delle stagioni e dei luoghi in cui si produce.

Al momento, mentre un’altra multinazionale sta gettato l’ancora nelle maggiori città d’Italia, la chiocciola continua la sua marcia, lenta ma inarrestabile, alla scoperta di altri prodotti da tutelare per impedirne la scomparsa, come i tanti nuovi presìdi.

Proprio a proposito dei presìdi, è d’obbligo aprire una piccola parentesi sulla pizza napoletana che, a lungo, è stata fatta rientrare tra gli esempi di gastronomia “immediata”. Non ci sono dubbi, per lei vale il discorso della rapidità di servizio. Eppure, se per un attimo tralasciamo lo scarso minuto di cottura che richiede e i 40 secondi di manipolazione e guarnitura, ci troviamo a fare i conti con ore e ore di lievitazione dei panetti (14/16 ore), la selezione delle farine da adoperare per formarli, la ricerca accurata degli ingredienti per guarnirli, alcuni potrebbero essere contraddistinti dal marchio Presidio Slow Food, l’osservanza della loro stagionalità, l’attenzione dedicata alla mise en place, l’utilizzo di attrezzature antiche (forni a legna), la riverenza nei confronti dei produttori, specie se piccoli, l’indiscutibile artigianalità del processo di preparazione e, non ultima, la grande forza della tradizione che fa da scia.

Dobbiamo ammettere, anche alla luce di una recente disputa, che ci troviamo di fronte a una guerra dei mondi. A scontrarsi sono, infatti, due grandi mondi, due realtà che viaggiano a velocità opposte. E come ha affermato Umberto Eco: “La ricerca delle proprie radici, anche per quanto riguarda il cibo, appartiene ai popoli, ancor più oggi con il fenomeno della globalizzazione. Si può dire che tanto più è forte McDonald’s, tanto più si rafforza Slow Food”.