Mi sono sempre chiesto perché Pulcinella sia sempre legato in modo indissolubile al cibo. Se pensiamo al teatro, al cinema, alla pittura, alle stampe, alla letteratura o più semplicemente all’immaginario comune, Pulcinella è rappresentato sempre con la pizza o con gli spaghetti.

La maschera di Pulcinella, come la conosciamo adesso, è stata inventata nel Cinquecento dall’attore teatrale Silvio Fiorillo ma il suo costume moderno fu concepito da un altro attore Antonio Petito. Antonio Petito, nato a Napoli nel 1822 e figlio dell’attore Salvatore, è stato colui che, nella storia teatrale dalla metà dell’Ottocento fino ai giorni nostri, ha rappresentato al meglio la maschera di Pulcinella.

Sulle origini di Pulcinella le ipotesi sono tante. Le più accreditate sono due: c’è chi lo fa discendere da Pulcinello, un piccolo pulcino con il naso adunco e c’è chi sostiene che sia un contadino dal nome Puccio di Aniello originario di Acerra dove, attualmente, si trova anche un museo dedicato a pulcinella.

La fame di Pulcinella è una metafora, è una fame fisiologica, una fame atavica, una fame disperata che il personaggio incarna quasi sempre nella sua rappresentazione di servo. Un servo che ama mostrarsi “rincitrullito” ma che in realtà è furbo, scaltro ed egoista. La gozzoviglia ingorda della maschera di Pulcinella rappresenta per contrappasso tutta la miseria delle popolazioni contadine con una fame atavica. Nella sua complessa personalità egli prende in giro il potere sbeffeggiando, ironizzando e ridicolizzando con le sue movenze il padrone.

Nelle mie ricerche ho trovato due testi in cui Pulcinella è accostato alla pizza napoletana già nel 1765:  si tratta dell’opera teatrale “Pulcinella vendicato” di Francesco Cerlone che contiene l’elenco di un’assurda abbuffata fatta da Pulcinella “pe soppontà lo stommaco: dicennove piatte de maccarune, de no rano l’uno, e dudece pizze de no tornese l’una” (la tornese è la moneta dell’epoca); e in un’altra commedia, sempre dello stesso autore, dal titolo “Il vassallo fedele”, Pulcinella racconta di un’altra abbuffata “na pezzella co l’uoglio, arecheta e aglie de cinco rotola de pasta bruna” descrivendo una marinara in bianco.

Il più grande drammaturgo del Novecento, il nostro concittadino Eduardo DE Filippo che è stato una famosissima maschera di Pulcinella, scrisse diverse commedie su questa figura ma quella più ci interessa è “Il figlio di Pulcinella” scritta nel 1958. Nell’Atto Primo, all’alzarsi del sipario, si evidenzia l’esterno di una classica pizzeria napoletana; successivamente la scena si svolge all’interno dove si animano diversi personaggi tra cui il cameriere Vincenzo, il suo amico Salvatore e l’autista Alfredo che danno vita al copione.

Oggi, nella realtà globale, Pulcinella che magia gli spaghetti con le mani è diventato un’icona svuotata del tutto dei suoi significati. Nel mondo in cui vivo, reale e virtuale, sento la mancanza di Pulcinella e degli altri sosia che sognano di volare sulla città di Napoli come nel film Totò Sapore. Ma più che altro, sento la scomparsa di tutto quello che rappresentava questa figura dissacrante, nel bene e nel male.